IL RUOLO DELL’INFERMIERE NELLA RIABILITAZIONE EQUESTRE: STUDIO OSSERVAZIONALE

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La Riabilitazione Equestre (RE) è ad oggi una pratica riabilitativa sempre più indagata e studiata sia per i suoi effetti benefici a livelli cognitivo e neuromotorio, sia per la possibilità di favorire l’integrazione sociale delle persone con disabilità. In letteratura si trovano molti studi che provano l’efficacia di questa terapia per patologie come la paralisi cerebrale infantile, l’autismo, la schizofrenia e la sindrome Down. Essa è coordinata da un gruppo di professionisti esperti in vari ambiti, tra cui quello medico, sanitario, psicologico e educativo. Rappresenta un nuovo setting terapeutico in cui inserire la figura dell’infermiere, con l’ulteriore vantaggio di essere uno spazio demedicalizzato: non vengono usati farmaci e gli operatori non portano divise di riconoscimento. All’interno di questo ambito la professione infermieristica può valorizzarsi in qualità di garante del percorso assistenziale, favorendo l’autodeterminazione del paziente e la comunicazione con i rispettivi familiari e caregiver. L’obiettivo dell’elaborato è stato ricercare attraverso uno studio osservazionale, nuove prove d’efficacia della Riabilitazione Equestre nei confronti di determinate patologie, ed indagare il ruolo dell’infermiere nel percorso di ippoterapia, dimostrando l’importanza di implementare tale professione in questo nuovo setting terapeutico. Lo studio è stato svolto presso il centro di Riabilitazione Equestre “Bartolomania”:esso è formato da un gruppo di professioni (infermieri, psicologi e fisioterapisti) facente parte di un’organizzazione senza scopo di lucro che si occupa di ippoterapia & Terapia a Mezzo del Cavallo, di cui il responsabile del progetto è Dott. in Infermieristica Luca Ciampi. Questa attività è iniziata dal 2014 collaborando con un gruppo di specialisti (neuropsichiatri infantili, neuro psicomotricisti, fisiatri ed ortopedici) ed è rivolta ad utenti portatori di disabilità sia di tipo psichico (autistici, schizofrenici, sindromi di down etc.) che di tipo fisico (emiparesi, paraplegia, lesioni cerebrali etc.). Il centro si può suddividere in due aree; l’attività equestre e turismo equestre gestito dalla Dott.ssa Laura Scalogni e l’area degli interventi animali assisti con la collaborazione della Dott.ssa. Simona Mariottini (infermiera), Dott.ssa Francesca Fanfano (educatrice) che si occupano di percorsi riabilitativi con utenti che richiedono l’attività degli interventi assistiti con animali. Lo scopo che si propone di raggiungere ASD Bartolomania Ranch è quello di offrire un servizio al territorio integrando i propri progetti con altre realtà, con la possibilità di somministrare una terapia alternativa come il cavallo, in un luogo demedicalizzato come il maneggio. Il progetto riabilitativo si pone come obiettivo quello di garantire una idonea funzione di supporto finalizzata alla protezione e alla stimolazione delle capacità funzionali e relazionali dei soggetti coinvolti. Per ogni assistito preso in carico è stato necessario individuare:
• i motivi per cui il paziente necessita in quel momento della “presa in carico”
• le aree di intervento specifico durante il periodo di presa in carico
• gli obiettivi immediati o/e quelli a medi e lungo termine
• i tempi prevedibili per l’effettuazione degli interventi, nonché le modalità ed i tempi di erogazione
L’indagine qualitativa si è svolta durante i mesi di Agosto, Settembre ed Ottobre per un totale di dodici sedute. Il Piano Terapeutico Riabilitativo prevedeva incontri di due ore settimanali svolti in un’unica giornata, con quattro ragazzi per volta, accompagnati da due educatori. Ad ogni incontro è stata messa a disposizione la scuderia, i cavalli utilizzati per la Terapia con il mezzo del Cavallo, e uno spazio per gli educatori dove svolgere dei lavori con i ragazzi in attesa del loro turno di terapia. Gli incontri sono stati fissati di settimana in settimana, in modo da considerare gli impegni dei terapeuti, degli insegnati e dei ragazzi stessi, oltre alle condizioni metereologiche per evitare discontinuità sul percorso terapeutico. L’andamento della terapia è stato monitorato tramite indicatori scelti in base ai criteri di valutazione usati dai terapisti, considerando quattro aree:
• Area emotività e attività: attenzione al cambiamento che i ragazzi manifestano quando sono a contatto con il cavallo (la motivazione all’attività ricade sull’aspetto emotivo generando cambiamenti nell’umore, nell’attenzione e nella partecipazione)
• Area comportamento: la specifica relazione con l’animale sprona ad una autonoma ricerca qualitativa e quantitativa nello spettro comunicativo (verbale, gestuale, affettivo)
• Area cognitiva: valutazione della presa in carico di una consegna (tempi di lavoro, livelli di attenzione, sequenze operative, strategie di problem solving, disponibilità alla relazione/motivazione all’attività)
• Area applicazioni: la capacità di guidare un animale simbolo di forza e bellezza e la possibilità di accudirlo generano un ritorno di immagine positivo, favorendo lo sviluppo delle capacità motorie
Le schede di valutazione usate per monitorare i progressi sono state costruite basandosi sulle scale di valutazione ufficiali dell’A.N.I.R.E. : la compilazione è avvenuta ad ogni seduta, riportando la data e gli indicatori numerici. Per ogni area è stata usata la scheda corrispondente, all’interno della quale erano riportate le diverse dimensioni, ovvero le caratteristiche peculiari che contraddistinguono una particolare prestazione. Il campione che ho osservato e seguito era composto da quattro ragazzi con lesione cerebrale e Q.I. medio/basso, provenienti da un centro di riabilitazione dell’Umbria. Per questo percorso riabilitativo è stato scelto di usare una cavalla, Sesta, di 18 anni ed un asino, Pirandello, di 6 anni. Le prime lezioni sono state dedicate all’accudimento del cavallo: poter osservare il momento in cui l’animale viene spazzolato, lavato e preparato con la rispettiva bardatura specializzata, serve a sviluppare quel vincolo affettivo tra paziente e cavallo, necessario al raggiungimento dei vari obiettivi terapeutici. Questi soggetti avendo degli handicap psichici gravi non hanno potuto partecipare in modo attivo durante questa prima fase, in quanto muoversi in modo autonomo all’interno della struttura del maneggio avrebbe rappresentato una fonte di pericolo per loro stessi; solo un ragazzo A. G. è stato in grado di svolgere la fase dell’accudimento riuscendo a spazzolare e lavare il cavallo, con la supervisione di un operatore. In una fase successiva i terapisti sono passati alla messa in sella: per lo svolgimento dell’ippoterapia è stato necessario usare una sella “C.N.R.A.F.A.” che facilita l’allineamento dell’asse capo-tronco e grazie alla presa bassa della maniglia inibisce la spasticità, senza ricorrere all’uso delle staffe. Durante le fasi di salita sul cavallo i terapisti hanno fatto ricorso all’utilizzo della pedana per facilitare l’utente. I primi momenti della seduta di ippoterapia sono stati caratterizzanti dall’andatura del passo, per favorire la persona con l’assetto in movimento: questo ha permesso l’inibizione dello schema estensorio grazie alla posizione seduta, permettendo di esercitare tutti i meccanismi di equilibrio e di raddrizzamento del tronco trasmessi dal movimento oscillatorio e tridimensionale del cavallo. Nelle sedute successive, i terapisti hanno deciso di provare la tecnica degli attacchi: il cavallo in questo caso non viene montato bensì attaccato per mezzo di particolari finimenti ad una carrozza a quattro ruote, sulla quale siede il guidatore, sempre coadiuvato da un terapista di riabilitazione equestre e se necessario da un educatore. Questa metodologia di intervento ha permesso di migliorare nei ragazzi i meccanismi di memoria, di accrescere l’autostima e ampliare le autonomie personali. Due ragazzi sono riusciti a tenere le redini e, con l’aiuto del terapista, a “guidare” la carrozza: il fatto che fossero in grado di portare il cavallo all’interno del rettangolo, e addirittura potessero portare dei passeggeri, ha dimostrato loro di essere capaci di gestire la propria autonomia. Un ulteriore effetto positivo è stato anche un progressivo miglioramento della percezione spazio-temporale e della coordinazione: per favorire il raggiungimento di tali obiettivi sono stati elaborati dei percorsi all’interno del rettangolo con degli ostacoli rappresentati da birilli, all’interno dei quali il cavaliere doveva riuscire a passare. Negli incontri successivi due ragazzi hanno sperimentato l’uso del fascione: questo ha permesso di privilegiare il contatto diretto tra il corpo del cavallo e quello del cavaliere al fine di favorire la scoperta ed il ricompattamento corporeo, mentre l’interposizione della sella è stata utile per il lavoro di delimitazione e differenziazione tra il sè e il non sè.
L’infermiere terapista in RE durante le sedute ha registrato e monitorato i progressi con l’ausilio delle schede di valutazione, individuato gli interventi terapeutici più idonei da svolgere, condividendo le scelte e collaborando strettamente con la figura dell’educatore. Oltre all’aspetto tecnico del ruolo infermieristico, attuabile grazie alla sua specifica formazione in ambito sanitario ed equestre, va altrettanto considerato l’aspetto umano della cura: la persona disabile non può essere inquadrata solo da un punto di vista clinico, ritenendola non in grado di capire e quindi non capace di scegliere, ma ne va tutelata la sua dignità.
Da un punto di vista comunicativo, lavorando con persone che hanno difficoltà ad esprimersi, è necessario ricorrere a strumenti che permettano di oggettivare l’esperienza soggettiva dei pazienti, consentendo così di valutare se effettivamente quel determinato approccio terapeutico ha benefici sulla persona sia a livello psichico che neuromotorio: le scale di valutazione utilizzate, consentono di evidenziare i progressi e gli effetti terapeutici della RE, e l’infermiere oltre alla loro compilazione, ha la possibilità di trasmettere i dati alle Asl che attivano queste tipologie di progetti riabilitativi, per avvalorare e far diffondere l’efficacia di tale terapia.
La ricerca svolta ha messo in evidenza come l’ambiente in cui viene svolta l’ippoterapia sia un contesto demedicalizzato e non stigmatizzante, dove l’infermiere può riuscire ad attuare un’assistenza realmente centrata sui bisogni della persona. E’ un ambiente favorevole a stabilire una relazione terapeutica con l’assistito, i suoi familiari e caregiver, in cui il professionista può farsi garante del processo assistenziale. Egli si adopera per gestire il piano terapeutico riabilitativo, in qualità di terapista equestre, ma anche per raccogliere dati sui benefici di questo intervento, aiutando a produrre nuove evidenze scientifiche e consentendo l’accesso a sempre più persone.

Foto di Joseph Guerrero su Unsplash

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